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Ronco, Terra di bielline. … Le ceramiche erano l’attività più interessante del paese. Vi erano fornaci un po’ ovunque, alcune erano fabbriche, altre semplicemente botteghe artigiane gestite dalle famiglie stesse.
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Alla fine dell'800 la produzione artigianale aveva raggiunto uno dei livelli più alti di sviluppo con 35 laboratori operanti. Tale produzione si conciliava con l’attività agricola sfruttando i tempi morti dei cicli stagionali.
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“... sotto la tela bagnata stava la massa di argilla, lavata da eventuali ciottoli e sabbie. A questa massa preparata ricorreva ogni tanto l’operaio al tornio per una manata necessaria alla dozzina di oggetti in lavorazione...”
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Le stoviglie di Ronco trovavano in ogni buona massaia una incondizionata estimatrice. Sulle tavole dell’inverno, quelle terrecotte avrebbero ospitato le zuppe fumanti della tradizione biellese o la classica polenta concia irrorata di burro.
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Durante le fiere estive o durante la fèra ad San Martìn, in novembre, le "bielline", come le terraglie erano denominate, andavano a ruba: Foiòt, pailit par la bagna cauda e par la fundua e pignate par fé cose ai grelle.
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Per i bambini invece, i cucu, i subièt, i piceu e le sciofète erano il classico richiamo per la fiera di San Bartolomeo.
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Gli zufoli che riproducevano la fauna locale e in cui si metteva l’acqua per farli gorgogliare, erano i più venduti, si diceva: sa ta stè brau, quan ca sia la fèra, it cat pè an sciubiet...
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Uccellini, gallinelle, leprotti e cavallini con in sella un piccolo cavaliere. Nella coda degli animaletti in terracotta venivano praticati i forellini destinati, con il passaggio del fiato insufflato, dall’estremità opposta, a lasciare uscire il caratteristico suono.
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